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venerdì, 22 settembre 2017 15:28:05
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Vincenzo Colocasio (poeta)

Profili di marsalesi illustri
01/12/2010
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Marsala Turismo
Scarse ed incomplete sono le notizie biografìche su V. Colocasio; qualche cenno è dato dal Mongitore, dal Di Giovanni, dall' Evola.
G. Beccaria che ci ha dato le più ampie notizie biografiche intorno all'umanista marsalese, sulla base di alcuni documenti da lui stesso rinvenuti, ne ha posto la data di nascita tra il 1500 e il 1515.
Uno di questi documenti, tratto dai registri del Protonotaro e portante la data del 28 settembre del 1552, è la concessione che il viceré Giovanni De Vega fece al Magnifico V. Colocasio di Marsala dei tre uffici di viceportulano del porto di Mazara, di pontaggiere e di mandatiere, con tutti i diritti, emolumenti, salari, ed oneri annessi. Sembra strano che un letterato abbia potuto ricevere benefici di questo genere ed infatti pare che il Colocasio ne abbia esercitato uno solo (quello di viceportulano): evidentemente essi furono la ricompensa ricevuta dal poeta marsalese per le lodi tributate al Vega.

Fu dottore in legge; aveva conseguito, non sappiamo dove, la laurea in diritto civile e canonico e per questo, oltre che ovviamente per la fiducia che in lui riponeva il Vega, fu dal viceré incaricato di una missione inquisitrice contro il protomedico del regno. Questa inchiesta affidata al Colocasio va inquadrata negli interminabili litigi dei sec. XVI e XVII tra il protomedico del regno e i dottori di medicina dello studio di Catania, perché il primo pretendeva che nessuno esercitasse la medicina senza la sua autorizzazione, mentre gli altri sostenevano di potere, in virtù di antichi privilegi, esercitare liberamente la professione. Il Beccaria ha desunto queste notizie da un documento esistente nella Conservatoria di Registro, portante la data del 31 dicembre 1552, con cui il viceré ordinava al tesoriere di pagare due onze al magnifico Vincenzo Culcasio per spese sostenute nell'applicazione di detta missione. In questo documento il poeta marsalese viene indicato col nome di Vincenzo Culcasio, il nome genuino, frequente nella Sicilia occidentale.

La trasformazione di Culcasio in Colocasio è dovuta alla passione umanistica del poeta marsalese, al suo culto per Virgilio che nella IV bucolica canta l'erba egizia detta colocasium. Morì non oltre il febbraio del 1555, se in questo anno i benefici da lui goduti furono concessi al figlio di lui, Scipione.
È certo che godette di grande fama e nel suo tempo e nei secoli successivi; fra i contemporanei lo ammirò il Maurolico il quale in uno degli epigrammi che nell'edizione messinese del 1864, rifatta su quella messinese del 1552, precede il poema del Colocasio, dice che come Achille venne in gran fama per il canto di Omero ed Enea per il canto di Virgilio, così il Vega e per la terra e per il mare risuona vittorioso per la musa del Colocasio, cantore dei libici trionfi.

V. Colocasio è autore del poema Quarti belli punici libri sex, dedicato al viceré Giovanni De Vega: «Vincentius Colocasius loanni Vegae Siciliae Proregi iustissimo S.P.D.». Il poema ha per argomento la guerra vittoriosa condotta in Africa dal De Vega nel 1550; ha la struttura del poema epico e consta di sei libri, per un totale di 3333 esametri. All'inizio di ogni libro è esposto, pure in esametri, l'argomento del libro stesso. Precedono il poema, nell'edizione del 1868, oltre la dedica al Vega, datata Messina 11 settembre 1552, quindici epigrammi di poeti contemporanei in lode del Colocasio e del suo poema. In sei esametri, posti all'inizio del poema, è esposto l'argomento di sei libri, un verso per ogni libro. Il titolo è altisonante ed impegnativo e rispecchia titoli di antichi poemi classici (il Bellum Punicum di Nevio, i Punica di Silio Italico, etc.). L'argomento è la spedizione militare di Giovanni De Vega in Africa, un episodio delle guerre di Carlo V contro i barbareschi.

Carlo V aveva attribuito al Vega il titolo di Quarto Africano, «praesertim dum te Quarti Africani nomine tam praeclaro, tam raro, tam denique celebrato, statuii ommino insignire».
Il Colocasio colpito da questo appellativo attribuito al Vega e mosso dai ricordi classici (guerre puniche, gli Scipioni) intitola il poema Quarti belli Punici libri sex, collegando l'impresa del Vega alle guerre puniche.
Il poeta vuole così rendere omaggio a Carlo V ed ingraziarsi il Vega, dal quale si riprometteva certamente, secondo il costume umanistico, dei favori, nonostante fosse sicuramente a conoscenza della rivalità esistente tra il Vega e Garzia di Toledo che contestava al viceré il merito di quella vittoria.
Il Colocasio nutre un riverente culto per i padri antichi, specie per Virgilio, che è il suo modello e che egli riecheggia in innumerevoli passi del suo poema: l'imitazione costante di Virgilio è uno degli elementi più appariscenti e caratterizzanti dell'opera del poeta marsalese. Si avverte spesso un atteggiarsi classico in un sentire sostanzialmente cristiano: atteggiamento, questo, assai frequente nel nostro Rinascimento. In questa atmosfera, classica e cristiana, procede il poema, con ricchezza di similitudini e reminiscenze mitologiche, fra apoteosi e celebrazioni, in uno stile accurato, forbito ed elegante. Ma il Colocasio è figlio del suo tempo e alla riverente imitazione dei poemi classici unisce l'osservanza di alcune delle principali esigenze della poetica cinquecentesca, prima fra tutte quella per cui alla base del poema deve esserci l'autorità della storia; naturalmente la storia non deve essere disgiunta da elementi fantastici; l'esigenza di ispirarsi al vero non deve escludere la licenza del figurare.

Un'altra faccia della poetica del '500 è la presenza del meraviglioso cristiano aggiunto a quello pagano; alle invocazioni a Cristo e a Maria si alterna l'intervento delle antiche divinità pagane, in una mescolanza di cristianesimo e di paganesimo che è anch'essa una componente peculiare della letteratura umanistica.
Della poetica del '500 il poeta marsalese rivela anche la tendenza alla magniloquenza, alla espressione pomposa: manifestazioni di questa pomposità, riecheggiante sempre elementi classici, sono le similitudini, piene spesso di retorica ridondanza, ma non prive talora anche di velleità realistiche.
Il poema di Colocasio non nasce, e non può nascere, da un sincero spirito epico, che era spento ormai nella metà del '500, non rivela affetti ed ideali sentiti, e la poesia non vi è intesa come espressione del mondo interiore, ma come fonte di gloria, come mezzo per ottenere favori ed onori, come prova di maestria e di abilità compositiva. Il poema rivela solidità architettonica e strutturale, ma scarsa potenza fantastica, con brani aridi e prosastici in un esametro compito, ma monotono. Poche sono le istituzioni umane veramente sentite e rese con afflato poetico; l'erudizione soffoca l'ispirazione o meglio l'ispirazione è l'erudizione stessa e l'opera rivela evidente la sua genesi cerebrale; l'erudizione è troppo pesante perché il poeta riesca a liberarsene ed elevarsi alla purezza del canto e alla levità della fantasia: gli spunti poetici sono rari, come fiori nel deserto.

Anche se molta parte della sua opera è un esercizio di abilità letteraria e un documento di cultura umanistica, pure non è facile dimenticare la ricchezza delle immagini, l'esuberanza barocca dell'espressione, l'eleganza dei versi, la perizia compositiva.
Come T. Schifaldo, il grande umanista lilibetano del secolo precedente, il Colocasio ha il merito di avere contribuito a dare decoro e dignità alla poesia umanistica siciliana e a mantenerla al livello della letteratura umanistica nazionale; la sua opera è una testimonianza della vitalità della cultura siciliana e della sua partecipazione ai problemi letterari dibattuti, nel '500, nel più vasto campo della cultura nazionale.

Giacomo Sammartano

Tratto da "Profili di Marsalesi Illustri"
a cura dell'associazione pedagogica italiana - sezione di marsala


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